La fierezza antica delle donne
Antonio Natali


Ci sono due opere che agli Uffizi badano a serbare memoria tangibile dell’attentato mafioso del 27 maggio 1993. Memorie lasciate a chi nel tempo verrà in Galleria e non avrà nozione della tragedia di quella notte. La nostra è, infatti, una stagione portata a dimenticare. E non ci sono garanzie che in futuro l’inclinazione muti. D’altronde è fors’anche comprensibile che la mente istintivamente si chiuda al ricordo d’una sofferenza troppo grande. Ma a questo servono i poeti: a elevare gli accadimenti (anche quelli più drammatici) dalla contingenza cruda all’aura sospesa degli affetti.
A metà della scala di pietra serena che dal corridoio di ponente scende per immettere nella via aerea che Vasari s’inventò per collegare gli Uffizi a Palazzo Pitti – là dove i gradini per un breve tratto si fermano – s’alza (ora, come nella caligine cupa del ‘93) l’Adorazione dei pastori dipinta fra il 1619 e il 1620 da Gherardo della Notti per l’abside della chiesa di Santa Felicita (chiesa su cui il percorso vasariano prospetta dalla controfacciata). Quella tela – non lacerata dai vetri esplosi, ma abrasa dalla furia d’un vento di tempesta – subito parve, alla luce delle fotocellule, irrimediabilmente, e per intero, guastata. Né, col giorno che venne, il senso della perdita si ridimensionò. Fu, anzi, lampante la devastazione. Al segno che quel quadro monumentale rischiò un confino senza speranze nei vani della riserva del museo.
Ma, passati i mesi di tanti restauri, quella stessa tela reclamò una considerazione nuova: nel buio d’un cielo caravaggesco, che le veline messe immediatamente dopo l’attentato inducevano a reputare totalmente scomparso, si manifestò, come in un’epifania inattesa, uno spazio di conservazione intatta; che, viepiù allargato, dette adito alla fiducia in un pur flebile risarcimento. Da lì partì un intervento che portò al recupero di quasi metà del colore. Una metà purtroppo casuale, però; da cui usciva penalizzato proprio il fulcro della figurazione: a principiare dal bimbo sul giaciglio di paglia, che in origine era la fonte di luce, quella che illuminava nelle tenebre i volti di Maria e dei convenuti chiamati dagli angeli.
Qualche superstite lacerto d’anatomia tuttora gode dei riverberi di quel lume (come càpita dopo che una stella s’è spenta, e per anni la luce séguita a pioverne). La poesia non è più quella d’un testo compiuto; ma lo stesso s’avverte. E forse ancor più struggente: alla stregua d’un epigramma mutilo, che la testa e il cuore del lettore, commossi ricuciono. Chi entri dunque nel Corridoio vasariano è toccato da quell’Adorazione, ch’è lì accompagnata dalle parole di Mario Luzi incise nella pietra: ricordo indelebile dei crimini di cui l’uomo è capace, ma anche segno d’una volontà di riscatto.
Il medesimo spirito è sotteso al bronzo dorato di Roberto Barni che s’è voluto collocare sulla parete esterna del museo prospiciente al luogo dove l’esplosivo fu posto. Un uomo – di grandezza quanto il vivo – avanza su una lama ficcata nella parete a più di venti metri da terra. Sul suo corpo parimenti incedono le cinque animule di chi in quella notte perse la vita: vittime innocenti del caso. Un caso però prodotto dalla mente scellerata di gente che voleva colpire lo Stato (annichilendone il patrimonio) e non si dette cura dei morti che ne sarebbero tuttavia venuti. L’uomo d’oro cammina coi suoi compagni di viaggio, movendosi in alto, e la luce del sole lo fa brillare agli occhi dei riguardanti. Quando poi il giorno declina e si fa buio, una luce s’accende, sul muro dipingendo un occhio luminoso di cui è lui il fulcro. Per tutte le ventiquattr’ore, chiunque sosti nella piccola strada dei Georgofili e si commuova leggendo l’epigrafe incassata nell’intonaco d’una dimora contigua, ricostruita dopo il crollo, potrà volgere lo sguardo all’insù e indovinare nella bronzea scultura un monito e insieme un auspicio per gli operatori di pace.
Ecco, oggi, in virtù delle fotografie di Francesco Francaviglia, i volti d’alcuni di quelli operatori si manifestano a noi. Volti di donne coraggiose che vent’anni or sono, disprezzando il male (compreso quello che poteva per ritorsione ricadere su di loro), si schierarono a viso aperto contro la criminalità empia e brutale che insanguinava quella stagione (e tuttora insanguina e corrompe). Volti che il trascorrere del tempo ha solcato di rughe; ma pur sempre belli. Belli d’una fierezza antica. Fisionomie ineluttabilmente mutate; e però, proprio per questo, in grado d’attestare che l’audacia, la ribellione, la resistenza, rimangono le stesse.
Il coraggio e la generosità, d’altronde, sono virtù che allignano nell’animo delle donne. E quasi d’istinto alla mente torna quello che capitò dopo la morte di Cristo. La sconfitta, la paura, l’inutilità di tutto quanto era stato detto e fatto, pervasero il cuore degli uomini ch’erano stati fino a poco prima con Gesù e ne provocarono lo sconcerto e la fuga. Eppure era dalla sua bocca medesima che avevano saputo ciò che avrebbero dovuto affrontare. Ma l’incapacità d’intendere appieno le parole di lui e lo sgomento per quella morte scandalosa a cui non avevano saputo rassegnarsi, li aveva sopraffatti. Le donne no. Sentono la durezza del colpo inferto; ma lo reggono.
Loro non fuggono. Accettano l’accaduto, fiduciose che le promesse sarebbero state mantenute. Vanno al sepolcro e lo trovano vuoto. L’angelo le avverte di quanto era successo e loro, dopo un attimo di smarrimento inevitabile, credono a quella notizia prodigiosa. Sono le donne a rivelare agli uomini, esitanti e impauriti, la verità umanamente inammissibile della resurrezione e a infondere nei loro cuori vacillanti una speranza nuova.
I volti di quelle donne di Palestina, provate dal dolore per una perdita insopportabile e però animate da un ardimento risoluto, me li figuro oggi con le fattezze severe delle ‘donne del digiuno’, che Francaviglia ha impresso nei suoi ritratti vibranti di lirica alta.

Quante strade ha la ricerca della verità?
E’ la domanda che sorge immediatamente dalla visione dell’opera di Francesco Francaviglia sulle Donne del digiuno.
Domanda che investe, inesorabilmente, innanzitutto chi come me fa il magistrato nella Procura Nazionale Antimafia, l’Ufficio voluto da Giovanni Falcone.
A distanza di tanti anni da quel terribile 1992 a Palermo e poi 1993 a Firenze, Roma, Milano, i volti delle donne del digiuno riemergono, attraversati dal tempo ma ancora febbricitanti di passione civile .
Ci sono gesti che segnano una vita intera e il digiuno a Piazza Castelnuovo delle donne di Palermo ha segnato la loro, talvolta anche al di là di quanto esse stesse potessero immaginare.
Donne di differenti età, esperienza civile e politica, accomunate da un gesto di ribellione plateale all’ingiustizia dell’esistente, che avrebbero poi proseguito su strade diverse, alcune tra loro vicine, altre inconciliabili, eppure portandosi tutte addosso il segno di quel digiuno per la dignità del vivere civile.
Rivedere oggi quei volti nelle foto eloquenti di Francesco Francaviglia, significa misurare tutto il dolore e l’orrore di quanto è accaduto e tutto l’immane vuoto di verità che, ancora oggi, nonostante tutto, avvolge le stragi.
Nel buio dietro i visi e nelle parole mute del back stage è possibile intravedere le ombre di chi ancora non è stato inchiodato alle proprie responsabilità, non solo giudiziarie.
E accanto con identità e storie conosciute i volti di chi ha perduto la propria vita, spazzati via dalla ferocia di un preciso disegno stragista.
Vittime a cui non bastano i nomi degli uomini di Cosa Nostra condannati, ma che attendono di sapere ancora qualcosa.

I volti che parlano senza un suono e gli occhi delle donne ritratte raccontano, infatti, meglio di mille discorsi retorici cosa è accaduto nel nostro Paese tra il 1992 e il 1994:
il 23 Maggio Capaci, il 19 Luglio Via D’Amelio, il 14 maggio ’93 il fallito attentato in Via Fauro a Roma, il 27 maggio Via dei Georgofili a Firenze, il 27 luglio Via Palestro a Milano, il 28 luglio San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, sino al fallito attentato allo Stadio Olimpico a Roma del 23 gennaio del 1994.
Una scia di sangue che non si interrompe nell’estate siciliana del 1992 e sale lungo la Penisola, nei luoghi simbolo della vita della Nazione per seminare il terrore, forse gattopardianamente, per cambiare tutto senza cambiare nulla.
La lezione civile e politica dell’esperienza delle donne del digiuno è stata profondamente innovativa.
Andare in piazza, mettere in discussione il proprio corpo e la propria vita con il digiuno ha significato lanciare un messaggio di ribellione, di necessità di rivoluzionare l’esistente.
Questo messaggio però è stato accolto solo in minima parte, è mancata la volontà e la capacità di tradurlo in presenza critica nelle Istituzioni.
La carica ideale, plasticamente raffigurata nelle modalità fisiche, corporali della protesta chiedeva un cambiamento degli equilibri di potere che non c’è stato.
Superata l’angoscia collettiva, il messaggio delle donne del digiuno è stato accantonato dalle Istituzioni politiche, mascherando il cinismo con l’esigenza di passare alla fase della costruzione razionale della risposta dello Stato.
Sono state, quindi, varate leggi che delegavano alla Magistratura la soluzione del problema Mafia, salvo poi fare delle repentine retromarce quando le indagini hanno cominciato ad affrontare il tema delle collusioni istituzionali.
Si è preferito alimentare il mito della forza militare ed economica delle Mafie, tralasciando di considerare come tutto ciò sia strettamente legato alle non occasionali connivenze della politica e delle Istituzioni.
Le donne del digiuno avevano fame di giustizia e di cambiamento, ma mentre loro protestavano in piazza, esponenti dello Stato, come ormai evidenziato dalle indagini più recenti, organizzavano piani di depistaggio, volti a nascondere la verità.
L’antimafia della società civile, poi, è stata ben presto soffocata dalla retorica, accanto ai tanti che generosamente si impegnano si sono insinuati troppi ambigui portatori di interessi personali .
Rimane la forza simbolica di quel gesto di Piazza Castelnuovo che oggi rivive intera nell’opera di Francesco Francaviglia.
Impossibile scindere la qualità delle fotografie dalla profondità dell’esperienza di chi è stata ritratta, si tratta, infatti, a mio giudizio di una testimonianza artistica profondamente vera, leggibile a diversi livelli, capace di comunicare in maniera implacabile i sentimenti delle Donne del digiuno e di tutti coloro che hanno cercato di trovare la risposta alle loro domande.
Alla fine del carosello di immagini fotografiche, rimane, prepotente, nello spettatore il bisogno di sapere, di andare al di là dell’oscurità e della palude su cui sembrano galleggiare i volti ritratti.


Roma, Aprile 2014
Franca Imbergamo

Ci sono tanti modi per raccontare una storia importante che ha segnato una intera comunità in un momento tragico e drammatico della vita collettiva. Si può fare con le parole, in tanti l’hanno fatto. Si può fare con i gesti: gesti simbolici, anche forti che rimangono nell’immaginario collettivo a segnare in maniera indelebile un tempo e le coscienze. Si può fare con le immagini. E le immagini spesso rimandano con immediatezza cose, fatti e persone. Le immagini possono semplicemente documentare una storia: non è poco, serve a fermare il tempo, a non dimenticare, a tenere viva la memoria. Oppure possono prendere un’altra strada che è più affascinante: quella di far riaffiorare di nuovo un sentimento comune, di ridare vita a un anelito dell’animo, di far sentire ancora la forza di un grande racconto; possono far rivivere le emozioni passate attraverso le immagini di oggi.

I ritratti di donna fermati nella naturale condizione dell’oggi da Francesco Francaviglia sono come il racconto di tante singole storie che convergono tutte insieme nel raccontare la stessa storia. Basta scorrere i ritratti raccolti in questa mostra, Le Donne del digiuno, per sentire l’energia travolgente di quello che accadde, a Palermo, in quella terribile estate del 1992.

Tanti anni sono passati e si sono lasciati dietro una memoria impegnativa per tutti. Oggi, i segni delle rughe, dell’età, del tempo che scorre ineluttabile e impietoso, solcano il viso di quelle straordinarie testimoni e protagoniste di un impegno civile che solo la lacerante tragicità di quel tempo avrebbe potuto evocare in quel modo, con quella forza, con quella urgenza. Cosa colpisce di più di quei ritratti? Colpiscono tante cose, ma di più gli occhi, gli sguardi. Anche più di certe malinconie irrisolte dei sorrisi appena abbozzati che raccontano di un dolore e di una partecipazione ancora vivi.

Ecco, l’urgenza di quegli anni sta tutta nei segni che il tempo ha lasciato su quei volti di donna, bellissimi e vissuti, dolenti e profondi. E nei loro sguardi, fieri e teneri, combattivi e dolcissimi, ma soprattutto sicuri di aver fatto, almeno in quel caso, la cosa giusta.

Le donne del digiuno sono un capitolo bellissimo e importante della grande, straordinaria, risposta della società civile palermitana alla stagione delle grandi stragi di mafia. Ciascuno sentì il bisogno di rispondere nel modo che ritenne più congeniale alla sua storia personale, di offrire comunque un segnale di ribellione, di riscatto, di speranza, di impegno e di tensione civile: i lenzuoli di Giuliana Saladino (un’altra straordinaria interprete di quella stagione), le riviste come Casba, le mani unite nelle tante catene umane che attraversarono Palermo e anche il resto del Paese unendolo nella commozione e nello sdegno; e poi il digiuno di queste grandi donne palermitane. Che Francesco Francaviglia ha sentito il bisogno, oggi, di raccontare a modo suo, scavando in profondità, inseguendo il filo di una storia che per ragioni anagrafiche non ha vissuto ma che, evidentemente, alla fine lo ha trovato, imponendo anche a lui di fare i conti con i fatti tragici che hanno segnato Palermo negli anni della offensiva stragista della mafia.

Per questa ragione questa mostra è importante, per Palermo e per il nostro Paese ferito in tante sue città, da Firenze a Roma, ma soprattutto ferito nel sentire comune più profondo. Perché riporta tutti noi a un tempo di impegno, di partecipazione, di responsabilità in cui tutti ci sentivamo chiamati ad esserci, a non nasconderci, ad esporci, a prendere posizione. A dire: basta.

Gli anni sono passati e oggi la sensazione è che, nonostante la mafia abbia smesso di uccidere, ci sia ancora molto bisogno di donne come quelle, capaci con la sola forza del loro digiuno di gridare a tutti: mai più.

Ecco perché guardare quei volti, ritrovare il senso di una passione civile e di un impegno comune, riprovare la tensione di una comunità intera che si ribella a un destino che sembra segnato ma che può essere cambiato, a distanza di tanti anni è un esercizio importante per tutti noi. Ci rivela ancora una volta che è possibile cambiare, che la grande battaglia per la legalità, la giustizia, i diritti, che la lotta a tutte le mafie non può che essere impegno quotidiano di tutti noi. Solo quando diventerà davvero impegno e patrimonio di tutti potremo dire di avere davvero vinta quella battaglia.




Francesco Giambrone

Il 1992 è l'anno delle stragi, Palermo è attonita dal dolore e dalla rabbia per le bombe che hanno strappato, ai loro cari e al nostro Paese, uomini e donne delle istituzioni, magistrati, poliziotti, semplici cittadini. Nomi che conosciamo tutti, che non ci stancheremo mai di ricordare.
Palermo reagisce: si vedono i lenzuoli bianchi alle finestre, nascono i coordinamenti, le associazioni, le catene umane. Tra le diverse modalità di protesta una è particolarmente forte: per un mese undici donne occupano Piazza Castelnuovo e fanno una staffetta di digiuno. A turni di tre digiunano per tre giorni, poi si danno il cambio in attesa del loro nuovo turno. Una protesta tutta al femminile. Si incontrano, si riconoscono e decidono di fare qualcosa di estremo: rinunciare al cibo, farsi sopraffare dalla fame per denunciare la loro “fame di giustizia”. Una protesta non violenta contro la violenza mafiosa.
La forza di quelle donne, la loro fierezza e la loro bellezza, è testimoniata da questi ritratti di Francesco Francaviglia. Sono passati 22 anni ma nulla della tempra e del coraggio di quei giorni è stato minimamente scalfito dal tempo.
Sono volti che è bello rivedere, sguardi che sfidano il silenzio e la paura.
Solo chi sente nella sua coscienza di aver fatto tutto ciò che gli era possibile per infrangere il silenzio e l'omertà, solo chi sente di aver dato il proprio contributo, piccolo o grande che sia, per la ricerca della verità e della giustizia, per l'educazione alla responsabilità delle nuove generazioni, per la diffusione della legalità come cultura condivisa, potrà guardare queste foto senza dover abbassare lo sguardo.



Pietro Grasso
Sono magnifiche, emozionanti, anche dure, ma essenzialmente, per me, sono le immagini che accoglieremo nel futuro Centro Internazionale di Fotografia a Palermo. Saranno il primo fondo della fototeca.
Le immagini delle donne che subito dopo la morte di Paolo Borsellino iniziarono a digiunare per protestare contro le istituzioni  che lasciavano che la mafia ammazzase i loro migliori cittadini. 
Sono trascorsi tanti anni dal '92, esattamente 22 anni, ma è proprio oggi che un giovane fotografo, di vivida intelligenza, sente la necessità di puntare il suo obiettivo su ciascuna di queste donne. Alcune erano ragazze, 22 anni fa, e così commuove ritrovarle donne, così come commuove l'esposizione del passare del tempo su questi volti.
Francesco  arriva con gli ombrelli, il cavalletto, un fondale nero  e uno sguardo che scruta con dolcezza.
Lui vuole gli occhi, vuole fotografare l'essenza, vuole fotografare la storia di questi anni attraverso il volto delle donne.
E lo fa con garbo, senza alzare mai la voce, quasi in silenzio.
Quasi una preghiera.
Perchè un buon fotografo questo deve fare, deve dare la sua anima e la deve mescolare ad un'altra, con rispetto sempre, senza vanità, consapevole che quella fotografia sarà per sempre. Con un clic.

Che meraviglia!


Letizia Battaglia